produzione



CARRUCCI Jacopo detto PONTORMO



Jacopo Carrucci detto Pontormo
(Pontorme, Empoli 1494 - Firenze 1556), pittore e ritrattista manierista italiano.

Jacopo Carrucci detto il Pontormo nasce a Pontorme di Empoli nel 1494.
Il Vasari, che ne scrisse la biografia, lo presenta come un artista tormentato, caratterizzato da una sofferta tensione critica, stilistica e spirituale dietro il cui impulso, sconvolgendo il sistema classicistico, conferì una nuova spinta dinamica agli sviluppi dell'arte italiana. Oggetto di studio di questa monografia è l'intera opera dell'artista toscano legato per tutta la vita alla corte medicea.
Il Pontormo, rimasto orfano nel 1508, si trasferisce a Firenze e, tranne rare visite a Roma per studiare i capolavori del Buonarroti, da cui trae una vibrante monumentalità, vive sempre sulle rive dell'Arno, protetto dai Medici.  Suoi maestri sono Mariotto Albertinelli, Piero di Cosimo, ma fu principalmente allievo e poi suo rivale di Andrea del Sarto, alla cui bottega approda nel 1512 e dove lavora insieme a Rosso Fiorentino.
Artista tormentato, introverso, sempre sperimentale, spicca non solo per una particolare ricerca delle forme e delle tinte rare, ma anche per l'originalità della vita privata: viveva, solo, in un'alta casa, nella camera all'ultimo piano raggiungibile solo per una scala ritirabile per mezzo di una carrucola. Il suo "Diario" (1554-56) è un manifesto delle sue nevrosi.
Nel 1513 è attivo nel cantiere della Santissima Annunziata; nel chiostrino affresca la Visitazione (1514-1515). Nel 1515 realizza la Veronica nella cappella del papa in Santa Maria Novella, dove è già evidente l’influenza di Michelangelo. Nello stesso anno partecipa con altri artisti alla commissione di quattordici pannelli con Storie di Giuseppe in Egitto (1518, Londra - The National Gallery) destinati alla camera nuziale di Pierfrancesco Borgherini e Margherita Acciaioli: l’artista, avvalendosi della conoscenza delle stampe nordiche, dà vita a composizioni brulicanti di vita e dense di dettagli descrittivi.
La sua ritrattistica parte dal Ritratto di Gentildonna con cestello di fusi (1516-17 Galleria degli Uffizi), dove reinterpreta, con maggior mordente, lo stile di Andrea d'Agnolo, arriva alla rude potenza evocatrice del Ritratto di Cosimo il Vecchio (1519-21 Galleria degli Uffizi) e la ritroviamo in Alessandro de' Medici (1525 ca., Pinacoteca nazionale, Lucca), nel Ritratto di musicista (1518-19 Galleria degli Uffizi), nel Ritratto di giovane (1525-26, Museo nazionale di Villa Guinigi, Lucca) o nel Ritratto di Niccolò Ardinghelli, (1540-1543 National Gallery of Art, Washington).   Non dimentica le preziosità del Bronzino: ne è un esempio il Ritratto di Dama (con cagnolino) (1532-33) conservata allo Städelsches Kunstinstitut di Francoforte (qualcuno dubita che possa anche essere dello stesso Bronzino suo allievo ed amico.    Tra gli altri ritratti si riscontrano anche il Ritratto di musicista, (1518-19 Galleria degli Uffizi, Firenze); il Ritratto di giovanetto, forse di Alessandro de' Medici, (1525-26 Pinacoteca comunale, Lucca); il Ritratto di gioielliere (1517-18  Musée du Louvre, Parigi), dipinto già presente nel XVII secolo nella collezione del re Luigi XIV di Francia, che fu poi portato al Louvre in epoca napoleonica;  il Ritratto di Maria Salviati, (1543-45 Galleria degli Uffizi, Firenze): Maria Salviati era la madre di Cosimo I de' Medici.
Una grafia nervosa e allungata, opposta al misurato classicismo di Andrea del Sarto, e uno spazio inquieto dove le figure anziché disporsi in profondità quasi si "scalano" l'una con l'altra caratterizzano le opere maggiori: la Visitazione (1516) affrescata nel Chiostrino dei Voti dell'Annunziata, la Pala Pucci nell'omonima cappella in San Michele Visdomini, rappresentante la  Sacra Famiglia (1518), dove la tensione delle linee compositive trova espressione psicologica in certi sorrisi che sfiorano il ghigno.  Quest’opera è una sorta di manifesto della svolta “anticlassica” dell’artista, si anima nelle varietà delle espressioni dei personaggi (memori degli studi leonardeschi e delle incisioni nordiche), nella mobilità della luce, nelle diagonali su cui si dispongono i personaggi.
Diventato celebre, viene chiamato a lavorare dalla famiglia Medici: tra il 1519 e il 1521 realizza la lunetta con Vertumno e Pomona nella villa di Poggio a Caiano, chiaro e sereno momento di vita agreste che vuole alludere alla restaurazione medicea e al pontificato di Leone X; e ancora le Storie della Passione (Orazione nell'orto - Cristo dinanzi a Pilato - Andata al Calvario - Deposizione - Resurrezione) nel Chiostro della Certosa al Galluzzo (1523-25) ispirate al Durer con un nordicismo quasi provocatorio, realizzati mentre a Firenze infuria un’epidemia di peste.
Immediatamente successive sono la Cena in Emmaus (1525, Galleria degli Uffizi) dove precorre El Greco e Caravaggio, la Deposizione (1525-28, forse il suo capolavoro) per la cappella Capponi in Santa Felicita, la Visitazione per la pieve di Carmignano,  la Madonna col Bambino, sant'Anna e quattro santi, (1528-1529 al Musèe du Louvre, Parigi), dipinto portato nella capitale francese da Napoleone Bonaparte nel 1813, sottraendolo all'ospedale S. Eusebio di Prato.
Dopo il 1530 elabora uno stile che emula Michelangelo ma in forme sempre più involute e abnormi, rompendo con gli schemi tradizionali: ad esempio negli affreschi del coro di San Lorenzo, distrutti nel 1738, dove il Vasari ricorda malinconiche scene di cadaveri ammucchiati.
Il favore della famiglia Medici, per la quale esegue molti ritratti (tra cui Cosimo il Vecchio de’ Medici degli Uffizi), prosegue negli anni seguenti con i lavori, tutti perduti, nelle ville di Careggi (1535-1536) e di Castello (1537-1543), suoi sono gli affreschi con la Genesi, il Diluvio e la Resurrezione dei Morti, dipinti per il coro della chiesa fiorentina di San Lorenzo (1546-1556), opera cui attende fino alla morte, avvenuta il 31 dicembre 1556 o il primo gennaio 1557.

 

E andate presto a dire ai suoi discepoli: «Egli è risuscitato dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete». Ecco, ve l'ho detto.

Matteo (28:7)