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ROBUSTI Jacopo detto il TINTORETTO

RobustiJacopo detto Tintoretto
(Venezia, Settembre o Ottobre 1518 – Venezia, 31 Maggio 1594) è stato un pittore italiano.

Jacopo Robusti, più noto con lo pseudonimo di “Il Tintoretto” è stato un grande artista italiano del Cinquecento, cittadino della Repubblica di Venezia e uno dei massimi esponenti della pittura veneta e dell'arte manierista in generale. Il soprannome ‘tentoreto’ gli derivò dal mestiere del padre, Giovanni Battista, tintore di tessuti di panni di seta: si dice che aiutando il padre a miscelare i colori, si appassionò alla pittura.

 

Le origini: toscane o lombarde?, Lucca o Brescia?
Lucca. Nel 1308 una colonia lucchese, composta da circa 150 persone, chiese rifugio a Venezia per salvarsi dalle lotte politiche fra Guelfi e Ghibellini e le conseguenti persecuzioni messe in atto dai due schieramenti. I lucchesi, produttori di tessuti di seta di qualità, trovarono le porte aperte nella città lagunare, che consentì loro di trovare casa, aprire attività produttive, costruire una Scuola e un luogo di culto e vivendo nella città senza cambiamenti radicali, per almeno 4 secoli; la piccola corte dal nome “Volto Santo” testimonia ancor oggi l’insediamento dei migranti toscani in Venezia, simbolo della loro devozione al Crocifisso miracoloso presente tutt’oggi in Lucca, nella Cattedrale di San Martino. Il padre, Giovanni Battista, che lavorava nel campo della tintura della seta, probabilmente aveva proprio origini lucchesi. Quest'ascendenza spiegherebbe l'interesse dell'artista verso i suoi "colleghi" della scuola tosco-romana, come Michelangelo, Raffaello e Giulio Romano. Tintoretto conobbe le loro opere attraverso la diffusione delle stampe, mentre è sicuro che dal vero vide gli affreschi di Giulio Romano a Palazzo Te, a Mantova. Sembra che il padre, Battista, facesse parte dei "cittadini", ovvero quei veneziani non nobili che pure godevano di certi privilegi, e grazie a questa posizione di un certo privilegio, Jacopo fu in buoni rapporti con l'élite veneziana e ottenne l'appoggio dei patrizi.

Brescia. Secondo Ronald Krischel (conservatore del museo Wallraf-Richartz di Colonia), invece, nacque nel 1519, probabilmente in Aprile o Maggio, come lo studioso desume dai registri della parrocchia e degli uffici sanitari, mentre il padre, Giovanni Battista, avrebbe origini bresciane (tale Giovanni Battista Comin, che deriverebbe dal nome dialettale della spezia cumino), mentre Robusti sarebbe un soprannome dato a lui e al fratello Antonio, per la “robusta” difesa delle porte di Padova contro le truppe imperiali nel 1509. In ogni caso, la sua data di nascita non è certa. L'atto di battesimo andò perduto nell'incendio degli archivi di San Polo, quindi la si desume dall'atto di morte, che cita: «31 Maggio 1594: morto messer Jacopo Robusti detto Tintoretto de età de anni 75 e mesi 8», ciò permetterebbe di risalire al Settembre-Ottobre del 1518. Jacopo non nascondeva le proprie origini, anzi, nei suoi dipinti si firmava come "Jacobus Tentorettus" (Ritratto di Jacopo Sansovino, 1566 circa) o "Jacomo Tentor" (Il miracolo di San Marco che libera lo schiavo, 1547-48). Le prime opere (Sacra Famiglia e Santi, New York, collezione Wildenstein; La disputa di Gesù con i dottori del Tempio, Milano, Museo del Duomo) svelano i suoi modelli: la grazia narrativa di Bonifacio de’ Pitati e l’austera corposità delle figure del Pordenone, ma anche la maniera dell’Italia centrale, dal Parmigianino, a cui arriva attraverso il filtro dello Schiavone – con il quale nella prima fase della sua attività collabora attivamente – all’eco di Michelangelo, giunta a Venezia attraverso i suoi epigoni, dal Sansovino all’Ammannati, da Sebastiano del Piombo, al Salviati, al Vasari, fino all’arte di Raffaello, mediata dalla maniera di Giulio Romano.

 

1530: Dell'infanzia del pittore si sa ben poco in quanto non esistono documenti che attestino gli studi effettuati. Le fonti principali sono i pagamenti delle commesse e la biografia scritta da Carlo Ridolfi (1594-1658), anche se questi non incontrò mai Tintoretto, ma attinse le sue informazioni dal figlio Domenico. Ridolfi racconta che Tintoretto, ancora fanciullo, usava i colori del laboratorio del padre per dipingere le pareti dello stesso e per assecondarlo, Giovanni Battista gli trovò un posto come apprendista presso la bottega di Tiziano, nel 1530. Secondo quanto riporta il Ridolfi, questo apprendistato durò solo pochi giorni: sembra che Tiziano, veduto un disegno dell'allievo, per il timore che il promettente allievo diventasse un pericoloso rivale, lo fece cacciare da Girolamo, uno dei suoi collaboratori.

1538: Dai documenti d’archivio sappiamo che l’artista prende in affitto a Venezia, nel 1538, una casa con annessa una bottega. All’epoca aveva circa vent’anni e, seppur giovanissimo, voleva iniziare a praticare la professione del pittore in modo autonomo.
1539-41: In un documento del 1539 Tintoretto si firma "mistro Giacomo depentor nel champo di san Cahssan", ovvero si fregia del titolo di maestro, con uno studio indipendente presso campo san Cassiàn, nel sestiere di San Polo. La prima commissione gli giunse dal conte Vettor Pisani, nobile con legami di parentela con Andrea Gritti e titolare di una banca, intorno al 1541: in occasione delle nozze fece restaurare la propria residenza presso San Paterniàn e affidò al giovane Tintoretto, ventitreenne, la realizzazione di 16 tavole che illustrassero le Metamorfosi di Ovidio. I dipinti, ora in gran parte conservati presso la Galleria Estense di Modena, sarebbero stati collocati sul soffitto e Pisani richiese che avessero la potente prospettiva dei dipinti di Giulio Romano a Mantova: Tintoretto si recò di persona a Palazzo Te, probabilmente a spese del suo committente. Dello stesso periodo dei dipinti per il Pisani, sono le sei tavole conservate al Kunsthistorisches Museum di Vienna, che si pensano realizzate come decorazione di cassoni, anche per le loro dimensioni pressoché identiche: il Ridolfi, infatti, riferisce che Tintoretto collaborasse con gli artigiani mobilieri che commerciavano nei pressi di Palazzo Ducale. Nulla, però, conferma che queste tavole provengano proprio da cassoni nuziali.

1542: Si pensa che Tintoretto, che aspirava a diventare artista “ufficiale” della Scuola Grande di San Rocco già agli albori della propria carriera, avesse cercato un contratto con la Scuola Grande di San Marco nel 1542, quando venne commissionata la decorazione della sala capitolare, ma all'artista vennero preferiti dei decoratori, che avrebbero impiegato meno tempo per la realizzazione delle opere richieste. Alcuni anni dopo Marco Episcopi, padre di Faustina, la promessa sposa dell'artista, venne nominato “guardian da matin” e questo facilitò l’assegnazione della sua prima commissione, San Rocco risana gli appestati, del 1549, per la chiesa adiacente la Scuola. Per la commissione successiva, però, il pittore dovette aspettare ancora. Infatti Tiziano, geloso del suo successo, si rifece vivo come membro della scuola e si offrì di eseguire delle opere per l'albergo. Questo si concluse in un nulla di fatto e Tintoretto, nel 1559, ricevette una nuova commissione: si trattava dell'esecuzione degli sportelli dell'armadio che conteneva gli argenti sacri di San Rocco. Marco Episcopi, futuro suocero del pittore, era figlio di Pietro, farmacista a campo Santo Stefano, che aveva delle proprietà date in affitto a tintori di sete e velluti: per questo, o per il semplice fatto che in qualità di farmacista commerciasse anche pigmenti, si suppone che avesse dei contatti con Giovanni Battista Robusti, padre di Jacopo.

1547: Nel 1547, Jacopo si trasferì a Cannaregio, vicino alla chiesa della Madonna dell'Orto. Qui iniziò una collaborazione con i canonici di San Giorgio in Alga, responsabili della chiesa (nell’omonima isola), perché avevano intenzione di rinnovarla. Realizzò così diverse opere, che vanno dalla decorazione dell'organo con la Presentazione della Vergine al Tempio, alla Cappella Contarini, ultimata nel 1563. Collaborò anche con i fratelli Cristoforo e Stefano Rosa, che si occuparono del soffitto trompe-l'œil in legno, in cui Tintoretto inserì dipinti raffiguranti episodi dell'Antico Testamento e, nel cleristorio, dodici nicchie contenenti ritratti di profeti e sibille, aperto riferimento alla Cappella Sistina di Michelangelo. La maggior parte di queste opere andò perduta durante il restauro in stile neogotico del XIX secolo. Per ottenere questa commissione, Tintoretto chiese un pagamento che poteva coprire a malapena le spese dei materiali: è però probabile che un successivo compenso gli giunse dalla famiglia Grimani, che aveva una cappella all'interno della chiesa. Nello stesso anno esegue l’Ultima cena per la chiesa di San Marcuola, caratterizzata da un tradizionale impianto orizzontale e da un pavimento a scacchiera in forte fuga prospettica.

1548: Nell'Aprile del 1548 venne collocata, sulla parete rivolta verso campo Santi Giovanni e Paolo, la tela raffigurante Il miracolo di San Marco: subito Tintoretto ricevette le lodi dell'Aretino: «(...) le cere, l'arie e le viste de le turbe, che la circondano, sono tanto simili agli effetti ch'esse fanno in tale opera, che lo spettacolo pare più tosto vero che finto» (Pietro Aretino). I rapporti con la Scuola grande di San Marco continuano fino al 1566 circa, con l'esecuzione di altre tre tele raffiguranti miracoli postumi del santo: San Marco salva un saraceno durante un naufragio, Trafugamento del corpo di san Marco e Ritrovamento del corpo di san Marco. Questi dipinti furono pagati dall'allora Guardian Grande della Scuola, Tommaso Rangone: il lavoro fu terminato presumibilmente nel 1566, data in cui il Vasari annota di averli visti. A queste tele si aggiungono anche dei dipinti murali, raffiguranti i sette Vizi e le sette Virtù, di cui, però, non resta traccia.

1551-52: Conclusi per il momento i rapporti con la Scuola Grande di San Marco, il pittore ottenne un incarico importante per l'Albergo della Scuola della Trinità, una confraternita minore: l'edificio si trovava dove ora sorge la Basilica di Santa Maria della Salute. Inizialmente, la commissione era stata affidata a Francesco Torbido: non si conosce il motivo della rescissione del contratto, ma si può supporre che sia stato preferito Tintoretto per un'offerta più vantaggiosa, come egli era solito procurarsi le commissioni. Tra il 1551 e il 1552, eseguì un ciclo di dipinti ispirati alle storie della Genesi, tra cui la Creazione degli animali, il Peccato originale e Caino e Abele: nell'ideazione delle composizioni, prese spunto da opere di artisti contemporanei, come Tiziano e il suo collaboratore Gerolamo Tessari, o del passato di Venezia, come Vittore Carpaccio e le sue Storie di sant'Orsola. Il dipinto del Peccato originale influenzerà in seguito un artista come Giambattista Tiepolo. Nelle tele che dipinge per le Scuole Grandi a Venezia, Tintoretto realizza quadri che sembrano grandi palcoscenici in cui si materializzano gli episodi miracolosi in cui dominano la gestualità drammatica dei personaggi, i forti e antinaturalistici contrasti fra luci e tenebre che evidenziano anche simbolicamente l'eccezionalità dell'evento rappresentato. Le Storie della Genesi trovano un importante supporto ai personaggi nel paesaggio, tema poco usuale per Tintoretto, che lo sfrutta per evidenziare e accompagnare il racconto, anche se non riesce ad ottenere la stessa forza che si può invece notare in Giorgione o Tiziano. Il Compianto sul corpo di Cristo, ora al Museo civico Amedeo Lia a La Spezia, si colloca tra il 1555-1556, venne influenzato dall'opera di Paolo Veronese. Le innovazioni paesaggistiche si condensano in Susanna e i vecchioni del 1557: qui la natura che circonda la scena scandisce la narrazione, portando l'occhio dell'osservatore, indubbiamente attratto dalla prorompente nudità di Susanna, verso i due vecchi lascivi, fino al giardino sullo sfondo, un Eden irraggiungibile. Per due anni, fu impegnato con i dipinti realizzati per il coro della chiesa della Madonna dell'Orto, consegnati nel 1563: si trattava di due teleri di grandi dimensioni, 14,5 x 5,8 metri, raffiguranti l'Adorazione del vitello d'oro e il Giudizio Universale, e cinque spicchi dedicati alle Virtù. Per il Giudizio si ispirò indubbiamente alla Gloria di Tiziano e al Giudizio Universale di Michelangelo.

1562: Intorno al 1562, Tommaso Rangone, Guardian Grande della Scuola Grande di San Marco, si offrì di far eseguire a proprie spese tre dipinti raffiguranti i miracoli del santo e la commissione fu affidata a Tintoretto, che già aveva lavorato per la Scuola che eseguì le tele: San Marco salva un saraceno durante un naufragio, Trafugamento del corpo di San Marco e Ritrovamento del corpo di San Marco. A queste, si aggiunsero anche dei dipinti murali, raffiguranti i sette Vizi capitali e le sette Virtù, cardinali e teologali, di cui, però, non resta traccia. Già nel 1566 Tintoretto aveva lavorato per Palazzo Ducale, con cinque tele da collocare nella Saletta degli Inquisitori: il Borghini le nomina come l'Allegoria del Silenzio e le Virtù. Nello stesso periodo, gli giunse, dopo tante commissioni per istituti religiosi, anche un importante incarico da parte dello stato: una tela di grandi dimensioni raffigurante il Giudizio Universale da collocare nella Sala dello Scrutinio, che il Ridolfi descrive come fosse “tale il motivo, che cagionava quella pittura, che atterriva gli animi a vederla”. Assieme a questa, realizzò anche la rievocazione della Battaglia di Lepanto, per il doge Alvise I Mocenigo: entrambe le tele vennero distrutte nell'incendio del 1577, che devastò Palazzo Ducale proprio ad un anno di distanza dalla grave pestilenza che aveva decimato la popolazione.

1564: Nel 1564, Tintoretto presentò alla Giunta l'ovale di San Rocco in gloria, da collocare nella sala principale dell'Albergo: la Scuola stava progettando un concorso che avrebbe coinvolto anche altri artisti oltre Tintoretto, per l'assegnazione dell'ovale in questione. Dai documenti si evince che uno dei membri della confraternita, Mara Zuan Zignoni, era disposto a sborsare 15 ducati perché la commissione non fosse assegnata a Tintoretto: questo indica che già si pensava al suo nome per il lavoro. Il Vasari narra che al contrario dei colleghi coinvolti nel concorso, intenti ad eseguire studi preparatori, Tintoretto prese le misure esatte dell'opera, la dipinse e la collocò direttamente ove prestabilito: alle proteste dei confratelli, che avevano richiesto disegni e non un'opera finita, rispose che quello era il suo modo di disegnare e che era disposto a donare loro l'opera. Con la sua offerta decisamente vantaggiosa, l'artista riuscì ad ottenere l'incarico tanto desiderato, seppur destando “scalpore e malcontenti”. Nonostante ciò, l'undici Marzo dell'anno successivo, con 85 voti a favore e 19 contrari, Tintoretto fu nominato membro della Scuola: in concomitanza con la sua elezione, venne incaricato dell'esecuzione di un ciclo di dipinti per le pareti della sala dell'Albergo, che avrebbero dovuto rappresentare la Passione di Gesù. Anziché iniziare in ordine cronologico, quindi con il Cristo davanti a Pilato, Tintoretto preferì eseguire per prima la Crocifissione: l'anno successivo la decorazione della sala era terminata e l'artista si rivolse nuovamente alla chiesa del santo. Dopo l’esecuzione del San Rocco risana gli appestati, ora aveva la possibilità di concludere il ciclo pensato, composto da quattro tele, tra cui quella che spicca maggiormente è il San Rocco in carcere (1567). Tintoretto lavorò alla Sala Capitolare fino al 1581, illustrando scene tratte dall'Antico Testamento per il soffitto e dal Nuovo per le pareti. L'anno successivo iniziò a dipingere per la Sala Inferiore, con dipinti ispirati alla vita di Maria e di Gesù.

1566: Il 6 Marzo del 1566 venne nominato membro della prestigiosa Accademia delle Arti del Disegno, nata a Firenze per volere di Vasari, sotto la protezione di Cosimo I, che raggruppava sotto di sé gli artisti più importanti del tempo. Ancora una volta, gli venne affidata un'importante commissione da una Scuola, quella del Santissimo Sacramento, di cui era Guardiano Christino de' Gozi: si trattava dell'esecuzione di due teleri per la chiesa di San Cassiano, raffiguranti la Discesa nel Limbo e la Crocifissione. 1572: La bottega dell'artista venne anche coinvolta nella decorazione della Libreria Sansoviniana o Libreria Marciana (di San Marco), affidata anche a maestri come Paolo Veronese, Giuseppe Porta detto il Salviati, Andrea Schiavone: a Tintoretto, grande escluso dal ciclo del soffitto, venne affidata l'esecuzione di alcune tele di antichi Filosofi (il più ammirato dei suoi Filosofi era un tempo Diogene, il penultimo della parete di sinistra), per ricreare un ambiente simile a quello delle biblioteche dell'antichità; il periodo è quello che va tra il 1562 e il 1572. Al Tintoretto venne affidata anche parte della decorazione del Vestibolo, con tele oggi disperse in varie collezioni. Allo stesso periodo risalgono anche i cartoni per mosaici da collocare in San Marco: la Presentazione al Tempio è fedele al mosaico bizantino in uno “stile volutamente arcaico” e le analogie con La Circoncisione realizzata da Domenico per la Scuola di San Rocco ne fanno ricondurre l'ideazione al figlio dell'artista.

1574: Nel 1574 acquista una casa nella fondamenta dei Mori presso la Chiesa di San Marziale, dove abiterà fino alla morte: per l'altare maggiore della chiesa, l'artista aveva già realizzato, tra il 1548 e il 1549, una pala raffigurante San Marziale tra i santi Pietro e Paolo.

1575: Nel 1575 il restauro del soffitto della sala Grande era stato ultimato e venne dato il via libera all'esecuzione delle tele, già progettate da tempo da Tintoretto: nell'estate dello stesso anno, però, Venezia venne sconvolta dalla peste. Forse per assicurare la clemenza del Santo, protettore degli appestati, verso di sé e la propria famiglia, l'artista si offrì di eseguire senza alcun compenso la tela centrale: l'anno successivo, in occasione della festa del Santo, la tela venne inaugurata. Solo alcuni giorni dopo, giunse la notizia della morte di Tiziano e di suo figlio Orazio. Per le altre due tele del soffitto, eseguite nel 1577, Tintoretto prese spunto dall'orazione che il doge tenne a San Marco, come richiesta di Salvezza e incoraggiamento alla popolazione rimasta: Alvise I Mocenigo ricordò gli episodi biblici della manna e della sorgente fatta scaturire da Mosè, che l'artista raffigurò su due grandi tele. Per questo lavoro chiese il compenso relativo unicamente alle spese per i materiali impiegati, e così si offrì di fare anche per le opere successive: chiese alla Scuola come unico compenso un pagamento di 100 ducati annui, somma di molto inferiore a quella percepita, per esempio, dal collega Tiziano quando era al servizio degli Asburgo. Questa richiesta si spiega con la grande devozione dell'artista verso il Santo, verso cui si sentiva debitore per aver avuto la famiglia salva durante la terribile pestilenza di quegli anni. Morti Tiziano (1576) e Bonifacio Veronese de' Pitati (1553), i due nomi maggiori del panorama artistico veneziano del tempo sono quelli di Tintoretto e di Paolo Veronese: nonostante la Repubblica si stesse avviando verso il declino a causa della riduzione della sua importanza nelle rotte commerciali, causate dalla scoperta delle Americhe, delle sconfitte contro i Turchi e contro la Lega di Cambrai, le richieste di opere d'arte continuavano a pieno ritmo, grazie alla spinta della Controriforma e del conseguente rinnovamento degli edifici religiosi. Per Tintoretto, Veronese era un rivale non solo per la sua bravura, ma anche per l’età, essendo quest’ultimo 10 anni più giovane e, nonostante fosse da poco giunto a Venezia, riuscì già nel 1553 ad ottenere una commissione per Palazzo Ducale. È in questo periodo che Tintoretto si dedicò a commissioni impegnative, in particolare cicli decorativi per chiese, scuole e per Palazzo Ducale: in queste opere, l'artista «approfondisce la componente dinamica delle composizioni», ricorrendo a scorci e prospettive che esaltano il dinamismo delle scene illustrate.

1577: Il 20 dicembre 1577 Palazzo Ducale viene colpito da un violentissimo incendio; la Sala dello Scrutinio e quella del Maggior Consiglio subiscono danni molto gravi e la decorazione pittorica è completamente distrutta. La Repubblica avvia immediatamente i lavori di restauro (che condurranno le sale all’aspetto odierno) e formula, per le decorazioni, un preciso programma iconografico che prevede, per la parete orientale, la realizzazione di un altro Paradiso, l’opera del Guariento che andò persa. Non dovrà più essere ad affresco, ma su tela e, come il precedente, dovrà raffigurare un‘incoronazione della Vergine tra le gerarchie celesti. Non è richiesto un richiamo all’Annunciazione (che, come abbiamo visto, era invece presente nell’affresco del Guariento), pensando piuttosto a una continuità logica con il tema del Giudizio Universale, previsto per la sala dello Scrutinio, che allora precedeva nell’accesso quella del Maggior Consiglio, così come il Giudizio precede ed è condizione per l’ingresso in Paradiso. Nella composizione dell’immensa tela – larga 24,65 metri e alta 7,45 – dovrà essere illusionisticamente inclusa anche la tribuna su cui siede il doge e, come Guariento, i concorrenti dovranno prevedere una diretta simmetria verticale tra la divinità e la luce che da essa irradia e il capo dello stato nelle sue funzioni; tra i beati e le gerarchie angeliche e gli eletti che partecipano all’assemblea veneziana. Il concorso si svolge, molto probabilmente, nel 1580, e vi partecipano i più importanti pittori attivi a Venezia in quel periodo, tutti già impegnati nei vasti lavori per la nuova decorazione del Palazzo: due più anziani e famosi, Tintoretto e Paolo Veronese ed altri più giovani, tra cui Palma il Giovane (nipote di Palma il Vecchio), Francesco Bassano (figlio di Jacopo) e, forse, Federico Zuccari. Ogni artista offre approcci ed esiti assai diversi a un tema rigidamente definito dalla committenza esprimendo differenti sensibilità, preferenze compositive, riferimenti politici, dottrinali ed estetici. La scelta della Serenissima non sarà facile e la vicenda del concorso si complicherà: assegnato ex aequo a Veronese e Bassano, il lavoro, alla morte del primo nel 1588 non era ancora iniziato. Verrà quindi affidato a Tintoretto che, pur ancora impegnato con la Scuola di San Rocco, lo realizzerà a pezzi, nello studio di San Marziale, col preponderante contributo della bottega e in particolare del figlio Domenico, che si occupò anche della connessione delle tele in loco, entro il 1592. A differenza del bozzetto iniziale, che vedeva come protagonista Maria incoronata, il dipinto è incentrato sulla figura di Cristo Pantokrator, “doge divino”.

1579: Ancora impegnato con le commissioni per Palazzo Ducale, nel 1579 ricevette l'incarico dal duca Guglielmo Gonzaga per la realizzazione di una serie di opere da collocare nel Palazzo Ducale di Mantova: si tratta di un ciclo formato da otto grandi tele - noto come Fasti gonzagheschi - raffigurante episodi bellici e cortesi che hanno per protagonisti marchesi e duchi della stirpe dei Gonzaga. Nel Settembre del 1580 Tintoretto si recò di persona a Mantova con la moglie Faustina, per l'inaugurazione delle opere collocate nella Sala dei Duchi.

1583: Tra il 1583 e il 1585 realizzò una tela che gli fu commissionata dopo i lavori di sopraelevazione della Scuola di San Fantin, per abbellire la nuova Sala dell’Albergo: Apparizione della Vergine a San Girolamo; la Vergine e San Girolamo sono infatti i due protettori della Scuola Grande.

1594: Aveva superato di gran lunga i 70 anni, nel 1594, lo stesso anno della morte, Tintoretto ebbe ancora la forza di dedicarsi a due grandi opere per la Basilica di San Giorgio Maggiore, gli Ebrei nel deserto e la caduta della manna e un'Ultima cena: ancora per San Giorgio, eseguì inoltre la Deposizione nel sepolcro, che però si può collocare tra il 1592, data di costruzione della cappella dei morti, e il 1594, data del pagamento. Dopo una febbre di due settimane, Tintoretto morì il 31 Maggio 1594 e venne sepolto, dopo tre giorni, nella chiesa della Madonna dell'Orto, nella cripta della famiglia Episcopi, a pochi passi da dove viveva e lavorava e dove era stata precedentemente sepolta la figlia Marietta, alla quale era legatissimo. Secondo quanto riportato da un cartografo e committente artistico coevo, Ottavio Fabri, Tintoretto dopo essere morto, per volontà testamentaria, fu disteso per terra per quaranta ore, apparentemente nel tentativo di resuscitare. Scrive infatti il Fabri a suo fratello Tullio che si trovava a Costantinopoli: il Tentoretto Dominica se ne morì et d'ordine di suo testamento è stato tenuto 40 hore sopra terra, mà no' è ressussitato. Vi è inoltre da notare come il 31 Maggio fosse un martedì e non una domenica.

Jacopo ebbe una vita lunga ed operosa, caratterizzata da polemiche e turbolenze. Per la sua energia fenomenale nella pittura venne soprannominato “il furioso” o “il terribile”, come lo definì il Vasari, per il suo carattere forte; il suo uso drammatico della prospettiva e della luce lo ha fatto considerare il precursore dell'arte barocca. Si dice che avesse scritto sulla parete del suo studio: “Il disegno di Michiel Angelo e’l colorito di Titiano”. Questa frase sintetizza bene il suo lavoro che da un lato era caratterizzato dal disegno di sculture, per comprendere appieno le forme tridimensionali da trasferire sulla tela, dall’altro invece si fondava sull’uso del colore secondo lo stile di Tiziano Vecellio. Il Ridolfi racconta che l'artista (del quale è noto il suo interesse per la musica e il teatro: fu amico dell’attore Andrea Calmo) era solito approntare dei piccoli "teatrini" per studiare la composizione delle opere e l'effetto delle luci: panneggiava le vesti su modellini di cera, che poi disponeva in "stanze" costruite con cartoni, illuminate da candele. Per lo studio degli scorci, appendeva manichini al soffitto dello studio: questo è evidente dal confronto di due dipinti, il Miracolo di san Marco che libera lo schiavo (che sancisce la sua definitiva affermazione nel panorama artistico veneziano) e il San Rocco in carcere confortato da un angelo, in entrambi si può riconoscere un modello simile utilizzato per le figure sospese. Le sue opere sono una novità nel panorama artistico veneziano e italiano del Cinquecento e ancora oggi stupisce il suo stile e non si può rimanere indifferenti davanti alle sue tele. Fu capace di farsi strada in un ambiente molto competitivo, in una città che era una delle più grandi d’Europa. Questo tipo di committente consente all’artista di creare i suoi capolavori più importanti e di diventare il pittore più famoso di Venezia e non solo. Nonostante la fama e la ricca committente che gli chiedeva di realizzare nuove opere, Tintoretto non piaceva a tutti. Secondo molti colleghi artisti, le sue opere sembravano incompiute e tutto quel movimento nelle sue tele appariva caotico per alcuni, che faticavano ad accettare la novità dello stile di questo giovane artista. Il suo modo di dipingere era veloce, le sue pennellate rapide e questo gli consentiva di creare delle opere, anche di grandi dimensioni, in tempi più brevi rispetto agli altri artisti del suo tempo. Quindi, Jacopo Robusti aveva trovato il modo per sbaragliare la concorrenza! Dalle analisi effettuate negli anni '70 su campioni prelevati dalle tele della Scuola Grande di San Rocco, si sono ottenute preziose informazioni riguardo ai materiali e alle tecniche impiegate da Tintoretto. Le tele utilizzate, in tutti i campioni, si sono rivelate essere di lino, con differenti armature, sia semplici come il tabì, simile a quella del taffetà, che più robuste come la spina di pesce. La scelta della trama non sembra essere dipendente dal tipo di dipinto o dalla sua collocazione: ad esempio, per l'Ultima Cena Tintoretto ha utilizzato una trama grossolana, nonostante il dipinto sia visibile da una distanza ravvicinata. Come già accennato riguardo al Paradiso, non era raro che i dipinti venissero realizzati su tele cucite assieme: i telai dell'epoca potevano infatti realizzare altezze fino a 110 cm. Solitamente, le cuciture venivano effettuate prima dell'esecuzione del dipinto, in modo tale che fossero il più possibile invisibili, e soprattutto che non si trovassero in corrispondenza di parti importanti come mani e volti: era preferibile inoltre utilizzare pezze con la stessa trama, per avere una maggiore uniformità. Tintoretto invece pare non prestare attenzione a questi accorgimenti: utilizza ritagli di tela con trame diverse tra loro, con cuciture anche evidenti, come nel caso del volto della Vergine nella Fuga in Egitto, della Scuola di San Rocco. Le imprimiture più comuni erano composte da uno strato sottile di gesso e colla, derivate da quelle già utilizzate nella pittura su tavola: il fondo chiaro dava una maggior luminosità ai colori successivamente stesi. Tintoretto preferiva invece un fondo scuro, steso sull'imprimitura a gesso o direttamente sulla tela: le analisi hanno rivelato che non si tratta di un colore bruno uniforme, bensì di un impasto ottenuto con i residui delle tavolozze, data la presenza di particelle colorate microscopiche. Sul fondo così preparato era possibile dipingere sia i toni chiari che gli scuri, lasciando anche trasparire il fondo stesso: questo era possibile nei casi in cui il dipinto si fosse trovato in zone buie o in ombra e contribuiva a velocizzare notevolmente l'esecuzione del dipinto. Per gli studi a gesso, Tintoretto era affezionato alla carta azzurra che tanto andava di moda a Bologna e che gli permetteva di utilizzare sia gli scuri che le lumeggiature.

Giulio Carlo Argan – storico dell’arte del ‘Novecento - scrive: «La repubblica veneta è il solo stato italiano in cui l'ideale religioso si identifichi con l'ideale civile, e questo ideale si riflette ugualmente, benché con accenti diversi, nella pittura dei due maestri. Della Venezia del Cinquecento Tintoretto esprime la coscienza del dovere e della responsabilità civile, lo spirito profondamente cristiano che la conduce alla guerra contro i turchi e al drammatico trionfo di Lepanto; il Veronese invece, è l'interprete dell'apertura intellettuale e del civile modo di vita che fanno della società veneziana (...) la società più libera e culturalmente avanzata. Il sentimento del dovere e quello della libertà hanno una fonte comune, l'ideale umanistico della dignità umana; e poiché questo è sentito, nell'arte del tempo, soltanto dai maestri veneti (dal Palladio architetto non meno che dai pittori), si spiega come la loro opera custodisca e tramandi al secolo successivo (al Caravaggio, ai Carracci, al Bernini e al Borromini) la grande eredità della cultura umanistica» (cioè dell'Umanesimo e del Rinascimento). Più oltre Argan scrive che in Tintoretto «la natura è visione fantastica turbata quasi ossessiva; [...] la storia è tormento spirituale, tragedia». "Le visioni tintorettesche non sono estatiche, contemplative, rasserenanti ma, all'opposto, agitate, drammatiche, tormentate. Non placano, intensificano fino al parossismo il pathos dell'esistenza."

 

Biografia

Tra il 1550 e il 1555, più probabile nel 1553, Tintoretto sposò una giovanissima Faustina Episcopi, da cui ebbe 7 figli, mentre ebbe una figlia illegittima da una straniera: Marietta, la primogenita (la figlia illegittima), fu l'unica ad avere abbastanza talento da poter seguire le orme del padre. Già a 16 anni era richiesta come ritrattista da committenti di una certa importanza: tra il 1567 e il 1568 il mercante Jacopo Strada aveva commissionato a Tiziano un proprio ritratto, mentre per quello del figlio Ottavio, evidente pendant del proprio, si era rivolto a Marietta. Per evitare che la figlia venisse "rapita" dalle corti estere, Tintoretto la diede in moglie all'orefice veneziano Marco Augusta. Nel 1590, a poco più di trent'anni, Marietta morì: venne sepolta nella chiesa della Madonna dell'Orto. Domenico, di quattro anni più giovane (1560 - Maggio 1635), scelse di portare avanti la bottega paterna a discapito della propria vita privata: amante della letteratura, dovette farsi carico del mantenimento della madre e delle sorelle. La bottega, sotto la sua guida, perse il prestigio che aveva conosciuto con il capostipite. Tra le opere prodotte brillano maggiormente i ritratti per la loro freschezza, mentre le composizioni con più figure si presentano più pesanti e stereotipate; morì nel 1635. Di Giovan Battista si conosce molto poco, probabilmente morì in giovane età; Marco (12 Marzo 1563 - Ottobre 1637) preferì diventare attore, contro il volere della famiglia. Perina (1562-1646) e Ottavia (n.1570) scelsero la vita del convento di Sant'Anna, a Venezia e divennero ricamatrici abilissime, anche dei testi paterni; anche delle altre due figlie, Altura e Laura, non si sa molto. In vita, Tintoretto trattò i figli e le figlie con pari dignità, cercando di lasciar loro di che vivere: nella richiesta per la senseria del 1572 fece il nome dei maschi come quello delle femmine e nel testamento nominò tutti loro come suoi eredi.

Artisti contemporanei di ROBUSTI Jacopo

 

Poi, dopo averlo crocifisso, spartirono i suoi vestiti, tirando a sorte;

Matteo (27:35)