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GANDOLFI Ubaldo

Gandolfi Ubaldo
(San Matteo della Decima - Bologna, 1728 – Ravenna, 1781) è stato un pittore italiano, attivo principalmente a Bologna e dintorni.

Figlio di Giuseppe Antonio e di Francesca Maria Baldoni nacque il 14 ott. 1728 a San Matteo della Decima (San Giovanni in Persiceto presso Bologna). A poco più di dieci anni, il padre, di buona condizione sociale, lo aiutò a trasferirsi a Bologna per avviarsi allo studio del disegno.
All'età di diciassette anni fu ammesso all'Accademia Clementina (di pittura, scultura e architettura, in quegli anni rifondata per volere di Benedetto XIV) e l'anno dopo si aggiudicò l'ambito premio Fiori, assegnato per la frequenza e la qualità di un disegno dal nudo.    Per tre anni fu allievo del maestro fondatore, Felice Torelli sino alla morte di questo, nel 1748, anno in cui Gandolfi consegnò i suoi primi dipinti, due ovali per la collegiata di San Giovanni in Persiceto, poi passò alla scuola di Ercole Graziani il giovane e di Ercole Lelli.

Il suo percorso d'artista prese dunque avvio nell'alveo di una grande tradizione che nella solida pittura di Pellegrino Tibaldi, dei Carracci, soprattutto, e del Guercino.
La pratica assidua allo studio dal vero, del modello in posa, destinata a divenire una costante del suo costume mentale, fu impostata dall'insegnamento accademico di Ercole Lelli, il notomista indicato dalle fonti quale suo terzo maestro.

Durante gli anni Cinquanta il Gandolfi, completando il percorso di studi, si affermò sovente ai concorsi clementini che prevedevano prove di grafica; e Anton Raphael Mengs, in visita all'Accademia, fece acquisto di suoi disegni lodandone l'autore.

A queste date il Gandolfi già affiancava la pratica disegnativa a quella dell'incisione, secondo le fonti le quali ricordano altre sue pitture a tutt'oggi ignote, al pari delle sue stampe giovanili; restano invece, in più che precario stato di conservazione, le decorazioni dei soffitti di tre sale al pianterreno del palazzo del conte C. Malvasia, comprendenti Giove, Marte e Apollo con putti eseguite tra il 1756 e il 1758, mentre è dell'anno successivo la prima affermazione pubblica, la pala con la Vergine Assunta e santi per Castel San Pietro, preceduta dal bozzetto degli Uffizi. In queste opere come nei ritratti eseguiti per la famiglia del suo mecenate, il conte G. Casali, sempre nel 1759, si registra la volontà di superare fragilità e vaghezze della pittura rococò dei professori della Clementina, per proporre una cultura di ascendenza classicista.

Nei ritratti citati, ai quali si aggiunge una tela dello stesso periodo (Dama con cagnolino di collezione privata bolognese) in cui il Gandolfi si misura con la raffinata ritrattistica di Luigi Crespi, si rileva la grande capacità di resa dei particolari, che sarà tra le caratteristiche più apprezzate della sua pittura, che lo condurrà anche a provarsi con il genere della natura morta, nella magnifica Piccola colazione con fiasco, pane e cartoccio di formaggio

Il lavoro di Ubaldo Gandolfi si è esteso fra il Barocco ed il Neoclassico e richiama specificamente lo stile di Ludovico Carracci.

Egli completò, fra il 1770 e il 1775, una serie di tele di tema mitologico per il Palazzo Marescalchi di Bologna, due delle quali si trovano ora nel Museum of North Carolina.

L'attività di frescante del Gandolfi, fu molto importante per la cultura bolognese, come l'Aurora e le Quattro Stagioni rappresentate da giochi di puttini in una saletta di palazzo Segni Facchini. Nella stessa sede il Gandolfi eseguì numerose altre pitture come due dei Fatti di Ercole sulle pareti di una stanza.

Al 1769 si datano gli affreschi per il conte F. Bentivoglio, che volle decorate le sale al pianterreno del suo palazzo. Il "Sacrificio a Minerva", un sopracamino,  la galleria, nella quale il pittore figurò storie della mitologia, è divenuta visibile solo da quando questa e altre stanze sono state adibite, non senza rischi per la conservazione, a pubblico esercizio.

Fu comunque nella pittura sacra che si effuse largo e generoso l'ingegno del Gandolfi, al servizio di quella religione alla quale era stato mosso, in gioventù, anche dalle missioni popolari di s. Leonardo da Porto Maurizio, la cui dialettica volta alla conversione attraverso un forte pathos e il richiamo ai valori più concreti della cristianità sembra essere il substrato per le tante eloquenti pale d'altare che il Gandolfi dipinse sicuro e forte del suo talento negli ultimi quindici anni della vita. Sono il S. Vincenzo Ferreri che si rivolge al Crocifisso (Budrio, chiesa di S. Domenico) e il Beato Filippo Bertoni (Bologna, chiesa di S. Maria dei Servi), fulcro visivo della celebrazione della festa del beato del 1765. Con queste tele crebbe la fama del pittore: su operazioni da gran teatro barocco come la pala di Medicina (chiesa di S. Mamante) col Cristo in gloria e santi e come il S. Francesco che riceve le stimmate (Milano, Brera), composizione di appassionata retorica nei gesti, nei volti dei personaggi, nello splendido disegno delle vesti, delle ali dell'angelo che conforta il protagonista della sacra rappresentazione. Conclude il fervidissimo decennio la grande tela di Imola (chiesa di S. Agostino), S. Nicola da Tolentino predica alle turbe. Attento alla resa degli attori del dramma e dei particolari più raffinati, nella descrizione dei panni, dei profili perduti, delle mani delineate secondo un ductus magistrale, riesce a riscattare, in virtù delle sue capacità d'esecuzione, anche opere di troppo prevedibile retorica, quali la pala di S. Benedetto, resa secondo un tono del colore morbido e sensuoso, di grande suggestione, e le due tele con le sante Costanza e Francesca di Chantal (entrambe a Bologna, Conservatorio del Baraccano), del 1768.

Si confronta col Reni nella grande pala di Vigorso con i Ss. Marco, Sebastiano e Antonio e con i Carracci nel sontuoso ex voto di S. Domenico, preceduto, così come tutti i suoi dipinti, da più schizzi e da un disegno (Parigi, Louvre). Quello della grafica è un altro capitolo d'eccellenza del catalogo del G.; i suoi fogli furono richiestissimi dal collezionismo sin dal Settecento (i disegni sono nelle principali raccolte pubbliche internazionali) e sono stati oggetto di studi approfonditi.

Il Gandolfi fu uno dei più grandi disegnatori bolognesi del secolo, abile a delineare, nelle sanguigne, nei carboncini, negli schizzi a penna "un chiaro graticcio segnico, che sagomando in continuità forma accanto a forma, definisce un incastro strutturante di precisa consistenza plastica". Sempre più disinvolto nel prosieguo della ricerca si mostra all'elaborazione delle forme, sino alla libertà del segno velocissimo e di sintesi di disegni quali la Madonna e santi di Berlino (Staatliche Museen), dal chiaroscuro fortemente modulato dall'acquarellatura, o l'Immacolata di Brera, che precede la splendente pala di Cingoli (chiesa di S. Spirito) dei tardi anni Settanta. Adottò, invece, un tratto morbido e sensuoso alla definizione dei rari quanto felici nudi femminili, delle bellissime scene agresti, dei racconti di vita quotidiana (Darmstadt, Hessisches Landesmuseum), disegni coltissimi nei quali si misura con il precedente di Annibale Carracci e del Guercino, artista molto amato cui offrì il più alto omaggio nell'Annunciazione dipinto concepito per la patria di questo, Cento (Pinacoteca civica). Così come operando per la chiesa dei cappuccini di Castelbolognese, guardò al Guido Reni e alla sua pala eseguita per l'Ordine, quella di Faenza. Pensando a Ludovico Carracci, dipinse il S. Gaetano da Thiene con il Bambino (Bologna, collezione privata).

Tutt'altro che alieno dal piegarsi alle esigenze della ritrattistica come si credeva il G. si produsse con feracità in più e più tele effigiando giovinette, bambini, garzoni di bottega, uomini e donne ritratti dal naturale, vecchi dal sembiante intensamente vero. L'attenzione alla resa dei volti non è solo memore degli insegnamenti accademici di C. Le Brun sulla figurazione delle passioni, ma soprattutto non sembra disattenta alle trattazioni sulla fisiognomica di J.C. Lavater, così apprezzate nell'ottavo decennio del secolo, che registra il maggior numero di opere di questo genere al catalogo del Gandolfi. È la profondità del sentimento poetico del pittore che offre vita e vigore a queste tante tele che gli si attribuiscono, che rende credibili e coinvolgenti la Fanciulla con collana di corallo, il Busto d'uomo in profilo, la Donna anziana con scialle, la Donna velata, la Bambina con abito bianco, la Giovane donna del Louvre, magnifica nella definizione, attraverso il gioco di ombre e luci, del profilo elegante. Il fervore della ricerca si risolse, ovviamente, nel crescere delle operazioni e nell'impegno sempre più serrato per la Clementina, che presiedette nel 1772 e presso la quale ricoperse più volte l'incarico di direttore di figura ai corsi (Farneti), offrendo inoltre alla stessa, attraverso l'oculata scelta dei membri da eleggere nella classe d'onore, la possibilità di intrecciare fruttuosi rapporti culturali. Nell'ultimo decennio della sua vita dipinse per i cappuccini, per gli osservanti, per i certosini, per i celestini, in un brevissimo torno di anni, allorché offriva, con l'Educazione della Vergine di San Giovanni in Persiceto, un saggio di qualità superba dell'evoluzione, sempre perseguita, dello stile, in linea con i migliori raggiungimenti della pittura oltramontana e fervida di suggestioni, nell'enfasi coerente dei gesti e delle pose dei personaggi e nel risaltato impianto luministico. Per gli antichi committenti Malvezzi eseguì il superbo ciclo di affreschi della Ca' Granda, con la Scelta di Ercole e la sua Apoteosi contrappuntate da giochi di puttini, da figure quasi scomposte assise sulla quadratura di D. Zanotti, irridenti il mito; modellò per la chiesa di S. Giuliano le due più belle e risentite statue di tutto il Settecento bolognese (Riccomini), ma non poté condurre a compimento la prestigiosa operazione alla quale era stato chiamato da S. Barozzi, la decorazione della cupola e dell'invaso architettonico del tempio di S. Vitale a Ravenna. Fu coinvolto nell'ottobre del 1780; iniziò lo studio della composizione, secondo quanto documentano schizzi, disegni e un modelletto a olio che resta a testimonianza della chiarezza della sua invenzione, che nella scelta compositiva torna a un modello della gioventù, l'arte di G.B. Piazzetta, appoggiandosi per la definizione del soggetto alle osservazioni d'iconografia offertegli dal letterato L.M. Montefani. 

Il Gandolfi morì per febbri malariche il 24 luglio 1781 a Ravenna, dove da poco si era trasferito.

Ebbe molti seguaci (lo stesso Felice Giani gli deve non poco), ma pochi allievi.

Artisti contemporanei di GANDOLFI Ubaldo

 

I soldati dunque, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una parte per ciascun soldato. Presero anche la tunica, che era senza cuciture, tessuta per intero dall'alto in basso.

Giovanni (19:23)