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SOLIMENA Francesco detto ABATE CICCIO

Solimena Francesco detto l'Abate Ciccio
(Canale di Serino, 4 Ottobre 1657 – Barra di Napoli, 5 Aprile 1747), è stato un pittore e architetto italiano.

Erede legittimo di Luca Giordano, fu il caposcuola della pittura napoletana nella prima metà del XVIII secolo.  Fece l'apprendistato nella bottega paterna, nel natìo paese Irpino e dal padre Angelo, pittore sensibile, ricevette il gusto del 'naturale' che non gli venne mai meno, nemmeno quando il suo orientamento sarà tutto verso il fantastico.  Nel 1674 si trasferì da Nocera a Napoli dove continuò la formazione sotto la guida del napoletano Francesco Di Maria.  Studiò le opere partenopee di Giovanni Lanfranco e di Mattia Preti, il barocco luminoso di Pietro da Cortona e soprattutto di Luca Giordano.  Tra il 1675 e il 1680 collaborò con il padre Angelo nella realizzazione della Visione di San Cirillo d'Alessandria in San Domenico a Solofra e del Paradiso di una cupoletta del duomo di Nocera: in entrambe il fare forte e tumultuoso del figlio si distingue chiaramente dal tono più semplice e basso del padre, mentre nel 1677 esguì gli affreschi della volta della cappella di S. Anna nella chiesa del Gesù Nuovo: i  quattro serafini rappresentano il primo raggiungimento dell'arte di Francesco nei corpi palpitanti, negli spessi panni di lana e di lino, nella dolce luce.  L'ispiratore di questo momento è il Lanfranco, che aveva affrescato a Napoli la cupola del Tesoro di San Gennaro, ma i modi di questi sono ricreati dalla luce trepidante.
L'adesione alla cultura barocca romana e ai modi di Luca Giordano è evidente negli affreschi (Vita delle Sante Tecla, Archelaa e Susanna) in San Giorgio a Salerno (1680), nelle Virtù nella sagrestia di San Paolo Maggiore a Napoli (1689-1690) e negli affreschi in Santa Maria Donnaregina Nuova (1684-1693), con questo nuovo ispiratore concittadino, entrò in rapporti di amicizia.  Del 1861 è la tela coi SS. Francesco e Antonio da Padova già nel monastero di Montecassino, alla quale si lega la pala coi SS. Francesco di Sales, Francesco d'Assisi e Antonio da Padova della chiesa di S. Nicola a Napoli, ove le molte esperienze culturali, Lanfranco, Luca Giordano e Mattia Preti, sono ormai inscindibili, perfettamente fuse in un linguaggio unitario.  Agli inizi degli anni novanta si accostò al barocco tenebroso di Mattia Preti, ricco di chiaroscuri e plasticità compositiva, come nel Miracolo di San Giovanni dell'Ospedale della Pace del 1691 e la pala con S. Chiara, S. Ludovico da Tolosa, S. Bonaventura e S. Giovanni da Capestrano nella aragonesca chiesa di Gesù delle Monache, sempre a Napoli. 
Nel corso della sua fortunata carriera dimostrò un sempre più frequente interesse per il classicismo di Carlo Maratta, soprattutto in opere eseguite intorno al 1700 per commissioni prestigiose, come i dipinti per il cardinale Spada e il completamento della decorazione di Santa Maria Donnalbina a Napoli o le due belle tele per i marchesi Durazzo di Genova, la Giuditta e la Debora e Barac (Cornigliano di Genova), entrambe vigorose nell'invenzione e vibranti nel colorismo, che alterna a cupi lampi di splendore dei bianchi freddi e dei grigi argentei.  Stabilì intensi legami con il mondo letterario e poetico dell'Arcadia durante un breve soggiorno romano e con gli ambienti avanzati della cultura napoletana di orientamento razionalista.  Nel 1709 affrescò la volta della sagrestia di San Domenico Maggiore a Napoli, modello di decorazione per tutti i pittori napoletani fin oltre la metà del secolo.  Proseguì, almeno fino agli inizi degli anni trenta, nella ricerca di compostezza classicista e di equilibrio compositivo che culminò nell'affresco per il Gesù Nuovo con la Cacciata di Eliodoro dal tempio del 1725 e in quelli della cappella di San Filippo Neri nella chiesa dei Gerolamini del 1727-1730.
Il suo stile maturo si esprime in grandiose composizioni che inquadrano un brulicare di innumerevoli figure, agitate da intensi effetti luministici.  Riscosse un grande successo internazionale presso importanti committenti austriaci e bavaresi per la decorazione di cappelle e residenze private e per l'esecuzione di ritratti ufficiali.  A partire dal quarto decennio, con la formazione del Nuovo Regno di Napoli sotto Carlo di Borbone, tornò a una pittura di marcato accento barocco, di intensa vibrazione cromatica e luministica, memore delle giovanili passioni per Mattia Preti e Luca Giordano.  Sono esempi di quest'ultima fase della sua attività artistica una serie di opere eseguite per Carlo III di Borbone, tra le quali il Trionfo di Carlo III di Borbone alla battaglia di Gaeta (1734, Caserta, Palazzo Reale), il Ritratto di Marzio Carafa, duca di Maddaloni (1741, Napoli, Museo di Capodimonte) e la Trinità e santi (1741) del palazzo di Granja presso Segovia in Spagna.  Solimena fondò a Napoli la più accreditata accademia di pittura del sud Italia, centro della vita artistica napoletana, che formò pittori come Francesco De Mura, Corrado Giaquinto e Giuseppe Bonito, ma la sua notorietà non si fermò solo a Napoli, bensì ebbe modo di diffondersi in Italia e in Europa; la sua influenza fu poi particolarmente determinante per molti artisti veneziani, fra i quali basti ricordare Sebastiano Ricci.  Oggi l'internazionale fama dell'Abate Ciccio è chiarita anche dalla presenza alla National Gallery di Londra del capolavoro Didone accoglie Cupido. Altre opere sono esposte al Musee du Louvre di Parigi ed al Metropolitan Museum di New York.
All'età di novant'anni Solimena morì a Barra nel 1747.

Artisti contemporanei di SOLIMENA Francesco

 

E andate presto a dire ai suoi discepoli: «Egli è risuscitato dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete». Ecco, ve l'ho detto.

Matteo (28:7)